Nella tana del Bianconiglio

Credo nelle favole. Fin da bambina adoravo le storie d’amore, quelle in cui la principessa attendeva con fiducia ed entusiasmo che il cavaliere dalla lucente armatura, l’eroe senza macchia e senza paura, arrivasse sul suo cavallo bianco a salvarla, per poter vivere per sempre felici e contenti. Negli anni però ho imparato che nessuno arriva a salvarti. Se sei fortunato avrai moltissime persone a tenerti compagnia e a darti coraggio, a spronarti e a credere in te, ma alla fine della storia è necessario che ti salvi da sola. tumblr_oipd0uoCdB1stoo0qo1_500.jpgNon potrebbe essere altrimenti. Perché resistere agli attacchi e alle cattiverie del drago per anni e anni solo per dare la gloria del salvataggio ad un principe in calzamaglia azzurra? Tutto il coraggio, la determinazione e le lotte della principessa sono un atto d’amor proprio che nessun eroe potrà mai eguagliare. D’altra parte, se la principessa non si amasse abbastanza da voler sopravvivere, la storia non avrebbe senso. È così che ho imparato che la più grande storia d’amore in cui si possa mai sperare è quella in cui riesci a trovare la forza e il coraggio di amare te stesso. Per qualche motivo in questi giorni ho pensato spesso ad una favola in particolare, che ha continuato a vorticarmi in testa, come un ritornello insistente e un po’ fastidioso. Alice nel Paese delle Meraviglie non è mai stata tra le mie storie preferite, il fatto che non raccontasse una storia d’amore e non terminasse con la famosa frase carica di fiducia e speranza non mi convinceva e non mi entusiasmava. Eppure con il tempo mi sono resa conto che è forse la storia a cui mi sento più legata e, rileggendo il libro, ne intuisco il motivo. “La buca della conigliera filava dritta come una galleria, e poi si sprofondava così improvvisamente che Alice non ebbe un solo istante l’idea di fermarsi: si sentì cader giù rotoloni in una specie di precipizio che rassomigliava a un pozzo profondissimo.” Mi sono sempre chiesta quali emozioni avesse provato Alice cadendo dentro la tana del Bianconiglio e adesso credo di averne un’idea. Quando chiudo gli occhi e mi corico sul letto per andare a dormire, una sensazione opprimente allo stomaco mi blocca il respiro. Le mani si aggrappano veloci alle lenzuola, come se queste potessero permettermi di rimanere aggrappata alla realtà. Alice precipitava senza sapere cosa avrebbe trovato in fondo al pozzo ed anch’io mi sento cadere verso il basso, fin delle profondità della terra. Quest’ultima settimana è stata pesante sotto ogni punto di vista. Nel momento stesso in cui sono uscita dall’ufficio del mio neurochirurgo, stravolta e delusa, guardando la mia famiglia aspettare in sala d’attesa, ho stretto un patto con me stessa: “ti concedo qualche giorno di tempo per deprimerti e lasciarti annegare in dubbi e incertezze, ma poi ti voglio il doppio determinata a tirarti in salvo”. Sapevo che avrei avuto bisogno di sprofondare nel baratro per trovare la forza di combatterlo, è uno schema che già conosco e che ormai fa parte di me. A livello tattico è una strategia piuttosto furba, della serie “conosci il tuo nemico” in modo da sferrargli attacchi mirati a distruggerlo. Mi sono quindi concessa il lusso di buttarmi giù e, dalla valanga di affetto e sostegno che mi ha travolta, ne ho tratto la forza necessaria per ricominciare a lottare. La sera della visita sono andata sul balcone di camera mia e mi sono sdraiata sul mio divanetto, pensando alla mia vita, a ciò che avevo dovuto affrontare e al male che ancora avrei dovuto combattere. Quando mamma mi ha vista ha mormorato “hai di nuovo paura”. Non so come accidenti faccia a capire cosa mi passa per la testa, sembra che con uno sguardo possa leggere la mia anima. Mi ha abbracciata, sedendosi accanto a me, ed io ho sentito l’impulso di piangere. alices-mirror.jpgDopo la disintossicazione dalla morfina, probabilmente la sfida più difficile che io abbia mai affrontato, avevo preso una decisione: non avrei mai più concesso al dolore di impedirmi di vivere. Prima di quel momento avevo paura di ogni cosa, rimanevo chiusa in casa perché in qualunque momento il mal di testa sarebbe potuto aumentare ed io avrei dovuto essere pronta per fronteggiarlo. Una passeggiata? Esclusa: l’attività fisica aumentava il dolore. Un giretto ad Aosta? Neanche a pensarci: troppa gente, mi venivano attacchi di panico terribili. Una gita a Ivrea? Non scherziamo: e se fossi diventata cieca in mezzo alla strada? Un caffé con un’amica? Assolutamente no: non potevo mica far vedere loro quanto in basso fossi caduta. Mi negavo tutto, troppo spaventata dagli attacchi di mal di testa e da tutti i sintomi che avrebbero potuto sopraffarmi. Ma vivere in quel modo era impossibile, non puoi impedirti di essere te stessa per sempre. Così, la decisione di ricominciare a vivere. “D’altronde sto male sia che io esca a divertirmi sia che io stia a casa. Tanto vale fare ciò che amo e poi placare il dolore con qualche flebo”, mi ripetevo. E così ho fatto. Ho ricominciato a correre e ad allenarmi (la mia gioia più grande), mi sono buttata a capofitto nello studio riuscendo a prendere il diploma al Liceo Classico, ho affrontato di petto le mie paure più grandi riuscendo a superarne la maggior parte, mi sono messa in gioco e ho lottato contro la mia mente e il mio corpo che volevano arrendersi. Non ho dato loro tregua, controbattendo ad ogni loro attacco senza paura poiché il mio unico desiderio era di tornare ad essere felice. E’ così che ho riconquistato la mia vita e sono rinata. Ma dopo questa fallimentare visita con il neurochirurgo, con la consapevolezza che le flebo non sono più mie alleate, la paura è ritornata prepotentemente nella mia vita. “Ele, vieni ad Aosta a prendere un cappuccino?”, mi ha chiesto un’amica pochi giorni fa. Il mio primo pensiero è stato: “fa caldo e dovrai camminare, se dici di sì starai male”. È stato un pensiero involontario, velocissimo. In quel momento ho capito che in un istante sarei potuta tornare indietro, che se non avessi reagito mi sarei ritrovata al punto di partenza, con più autostima e buoni propositi, ma di nuovo sull’orlo del baratro. In risposta alle mie paure ho contattato il mio fisioterapista e gli ho chiesto di concedermi la possibilità di tornare a correre, cosa che negli ultimi mesi mi ha negato perché al mio corpo non faceva bene. Nonostante il compromesso di fare solo cinque minuti di corsa, seguiti da cinque di camminata, senza esagerare e per poco tempo, mi sono infilata le mie scarpe da corsa fucsia e sono uscita di casa. Nel momento in cui ho iniziato a correre un sorriso di soddisfazione e felicità è affiorato sul mio viso e, anche se solo per cinque minuti, ho sentito la mente ricomporsi e il corpo ritrovare le energie. Una nuova determinazione ha acceso il mio spirito e un pensiero è balzato nella mia mente. “Si tratta di una battaglia tra il dolore e la mia vita”, mi son detta, “ed è ovvio chi farò vincere”. Ho continuato a correre, più forte di prima, con un nuovo alleato dalla mia parte: la grinta di chi non si arrende e di chi vuole spaccare il mondo.

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Forse è infantile credere ancora nelle favole, ma quando mi guardo attorno e vedo la speranza di mia madre, l’affetto dei miei amici, il supporto di voi lettori e la mia stessa fiducia nei confronti del mondo, mi sembra davvero di essere finita anch’io nel Paese delle Meraviglie. E poter vivere ogni giorno in questo fantastico luogo fatto di sogni e di avventure meravigliose, vivere in questa vita piena di sorprese e nuove sfide quotidiane, mi sembra una ragione piuttosto convincente per continuare a lottare. Perché non importa in quante tane del Bianconiglio possiamo cadere, in quante Regine di Cuori possiamo imbatterci o quante strade sbagliate la vita cercherà di farci percorrere, la gioia di vivere nel Paese delle Meraviglie vale qualunque rischio e qualunque sofferenza.

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

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